michela's profileFIXING A HOLEPhotosBlogLists Tools Help

FIXING A HOLE

where the rain gets in and stops my mind from wondering where it will go...
Photo 1 of 365
More albums (1)
I libri che ho letto, che rileggerei e che consiglierei
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
I film che ho visto, che rivedrei e che consiglierei
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
by 
More...

michela piazza

Occupation
Location
Interests
Diceva un saggio...: "Ciò che non mi uccide mi fa più forte"
October 07

Driving westward

"E se andassimo al Sud?" Gli chiese lei timidamente, quasi avesse paura di parlare.

Le cose non andavano molto bene ultimamente. Lei sperava che questo viaggio potesse aiutarli a ritrovare quell’equilibrio che avevano perso da ormai troppo tempo. Affrontare una simile esperienza equivaleva, ai suoi occhi, a ricominciare tutto daccapo e cancellare ciò che di sporco e cupo era venuto prima.

Ma lui non voleva andare a Sud: voleva andare ad Ovest. Voleva inseguire il sole - on the road - come avevano fatto in tanti prima di lui. Voleva spingere il piede sull’acceleratore e andare, senza un meta precisa, attraverso le città e i deserti. E con lui, a fargli compagnia lungo il cammino, ci sarebbero stati anche i Beatles.

Non voleva ferirla, ma giorno dopo giorno si rendeva sempre più conto che quel viaggio, forse, non doveva affrontarlo con lei. Non era ciò che voleva. Sentiva come il desiderio di dedicare un po’ di tempo a sé stesso, senza vincoli di alcun tipo. E lei, purtroppo, lo sarebbe stato: il limite più grande.

Lui l’amava, ne era certo, ma questo doveva essere il suo viaggio. Perché ciò che sentiva dentro era una spinta irrimediabilmente potente verso la solitudine, l’individualismo.

Vedere, osservare, analizzare ciò che gli stava intorno: questo era il suo desiderio e non poteva fare altrimenti.

Poi, al suo ritorno, avrebbe avuto molte cose da raccontarle: i luoghi che avrebbe visto, le persone che avrebbe conosciuto, le sensazioni che avrebbe provato. Avrebbe voluto immortalare tutto nel suo cervello per poi tornare da lei, come un fiume in piena, e renderla partecipe della sua esperienza. Sua amica e confidente. Ma non poteva portarla con sé, non poteva condividere l’immortalità di questi momenti con nessuno, nemmeno con lei.

Lei non lo avrebbe compreso. Non lo capiva, ormai. Erano cambiati, erano diversi da ciò che erano stati. Lei ne avrebbe sofferto, ne era certo, ma non aveva scelta. Voleva vivere come mai aveva fatto prima, ma non riusciva a trovare il coraggio per dirglielo. Non era detto che le cose sarebbero andate secondo i suoi piani… Lo sapeva… Ma era giunto alla conclusione che non poteva non rischiare, perché sentiva di doverlo a sé stesso.

"Al Sud? Sì… È un’ottima idea" rispose lui fievolmente. Poi l’abbracciò e le diede un soffice bacio sulla fronte.

Lei scese dalla macchina e si diresse verso la porta di casa.

Lui mise in moto la macchina e partì.

Non ci era riuscito: non aveva trovato la forza per dirle che non la voleva con sé in questo percorso.

Confuso, si diresse verso casa interrogandosi sul da farsi.

Arrivato a casa andò diretto in camera e si stese sul letto.

Si sentiva a disagio. Da quando aveva preso quella decisione sentiva una sorta di inquietudine e una sorta di urgenza. No, non voleva più aspettare, non avrebbe avuto senso. Ogni minuto in più in quella casa, in quella città, avrebbe solamente accresciuto il suo malessere.

Non importava più chi e cosa avrebbe lasciato, gli importava solo di sé stesso e del suo bisogno di evasione.

Allora prese la sua decisione: il giorno seguente, alle 8.00, lei non avrebbe trovato nessuno ad aspettarla davanti casa. Non si sarebbe presentato, era questo il suo piano; poiché non avrebbe sopportato di vederla piangere ancora una volta; non tollerava farle del male.

Prese un borsone da sotto il letto e lo riempì frettolosamente con qualche abito, scrisse due righe alla madre - per non farla preoccupare - prese le chiavi della macchina che aveva lasciato sul tavolino in entrata e aprì la porta di casa per andarsene.

Si voltò ed esitò per qualche secondo; osservò tutto con attenzione, quasi a voler memorizzare ogni dettaglio di una vita che da quel momento, forse, non sarebbe stata più la sua.

Poi uscì chiudendo la porta – e il passato - dietro di sé.

Salì in macchina, mise in moto e partì.

Solo.

Forte delle sue convinzioni.

Perché ogni decisione presa è una nuova partenza ed ogni nuova partenza è una rinascita.

Ed ora era il suo turno.

 

August 20

Un ricordo lontano

"Forza! Corri! Tieni duro, non mollare proprio ora. Da troppo aspetti questo momento, devi continuare a correre. Dimentica la fatica, dimentica la paura. Stai per farcela. Non puoi rischiare di cedere al dolore o ti raggiungeranno".

Non ci può pensare. Non sopporterebbe l’idea di dover tornare indietro. Sarebbe la fine, lo torturerebbero e, oltretutto, non potrebbe più riprovarci perché non lo lascerebbero in pace, non gli permetterebbero nemmeno di pensare alla fuga. Solo un piccolo indizio, letto nel suo volto, corrisponderebbe a venti frustate. E non lo potrebbe sopportare. Meglio morire. Morire qui, di fatica, nella lotta per l’ottenimento di ciò che ha sempre desiderato.

Passo dopo passo, immerso nell’acqua del fiume, sente i muscoli in tensione, sempre più affaticati. Il dolore è atroce e non riesce a distogliere la sua attenzione da questo.

"Non ci pensare. Non farlo. Pensa a domani, quando tutto sarà finito. Oggi sarà defunto e ieri sarà solo un ricordo lontano".

Con questi pensieri cerca di scacciare il dolore. La paura è così forte da compromettere la sua lucidità. Ma non può permettersi di perderla, ora. Ha bisogno di tutta la sua forza fisica e psichica e di tutta la concentrazione possibile. Un solo passo falso e i cani riuscirebbero a rintracciarlo.

Pensa che forse non era ancora pronto ad andarsene; avrebbe dovuto aspettare qualche giorno, avrebbe potuto studiare i dettagli con più attenzione così almeno, adesso, saprebbe dove andare senza essere costretto a procedere quasi a caso.

Chissà sua madre come starà passando la notte. Di certo sarà sveglia. Saranno andati a chiamarla per avvisarla che suo figlio era fuggito. Avrà paura, per lui. Triste per aver perso suo figlio, ma felice perché il suo amato primogenito, finalmente, sta andando incontro al suo destino. Un destino che spera sia diverso da quello del padre.

Ogni piccolo rumore che non sia prodotto da lui stesso lo fa sussultare e lo spinge a correre ancora più forte. Non sa nemmeno più dove si trova, ma insegue la luna, come gli hanno detto di fare, sperando di essere nella giusta direzione. Ha paura; muore di paura. Ma ormai è troppo in là per fermarsi e non vuole perdere un solo secondo, nemmeno per riflettere. Vuole arrivare di là il prima possibile e allora potrà concedersi qualche ora di tranquillità, prima di ricominciare il suo viaggio.

È li che lo stanno aspettando, per lo meno questo è ciò che gli hanno detto. D’un tratto non ne è più così certo: e se non fossero stati avvertiti del suo arrivo? Come avrebbe fatto? In fretta scaccia questi pensieri e comincia a correre all’impazzata, ad occhi chiusi, senza nemmeno guardare dove mette i piedi, noncurante degli ostacoli che potrebbe trovare.

Quando riapre gli occhi gli sembra di scorgere delle luci. Rallenta il passo fino quasi a fermarsi, cercando di capire di che si tratta. Sente delle voci e immediatamente capisce di essere giunto a destinazione: è proprio lui che stanno aspettando!

"Sono salvo!" è ciò che pensa.

Ma non lo è; non ancora, per lo meno. Questo però gli dà là speranza di continuare a lottare senza perdere le forze necessarie ad affrontare il resto del viaggio. Ora può permettersi di mollare per un po’, ma solo per riposare.

Sbuca da dietro un albero, col fiatone; si ferma, guarda davanti a sé e sorride.

Dopodiché si accascia a terra, svenuto.

June 21

Un piccolo salto

Un piccolo salto e sarà di là, dalla parte opposta.

Le sue poche cose riescono a malapena a riempire il borsone color verde militare che si è portato appresso dall’ultima volta.

Fuori piove. Ma non sembra interessargli. Anzi, sembra quasi felice che il tempo rispecchi quello che è il suo umore, oggi.

Un'altra volta. Sì, succede di nuovo. È stanco di prendere continuamente delle decisioni. Ogni volta è come se qualcosa dentro di lui si spezzasse e lo abbandonasse per sempre. Vorrebbe potersi accontentare, ma non ne è capace. Glielo si può leggere in faccia.

Esce chiudendo lentamente la porta dietro di sé, cercando di non far rumore. Non vuole che lui lo senta andar via.

Percorre a testa bassa il lungo sentiero che conduce alla strada, con lo sguardo completamente assorto nei suoi pensieri.

La vita, per lui, va in questo modo. Va sempre così: si trova, si perde, si arriva, si parte. Un ciclo continuo, un circolo senza fine. Ma non gli riesce di abituarsi e ogni volta sente come un senso di vuoto dentro che pensa durerà per sempre. Poi questa sensazione passa, per un po’ di tempo, per tornare a torturarlo la volta successiva. Ma è forse meglio non pensarci troppo. Tutto cambierà, domani.

Alla fine del sentiero ecco finalmente la statale. Sono le sei del mattino e con molta probabilità non passerà anima viva per almeno un’ora finché qualche disgraziato prenderà la macchina per andare in città a lavorare. Non gli resta altro che incamminarsi nella speranza di concentrare la sua attenzione su qualcosa che non sia sé stesso.

Camminando verso est è piacevole osservare il sole sorgere e poi chiudere gli occhi e lasciare che quel leggero calore ti accarezzi il viso. Ha anche smesso di piovere. Anche il suo umore, come il tempo, va via via migliorando. Il sole gli permette di immaginare quello spiraglio di normalità che desidera per la sua vita; questo è quello che gli permette di andare avanti, giorno dopo giorno, quello che gli dà la forza di svegliarsi mattina dopo mattina in un posto diverso. Pensa che arriverà quel momento, il momento di lasciarsi trasportare dagli eventi e smetterla di usare solo il cervello. È stanco di dover sopravvivere; ha una voglia pazza di godersi le emozioni senza dover sempre ragionare; vuole vivere la vita che ogni ragazzo della sua età ha il diritto di vivere. E pensa che prima o poi ci riuscirà; è deciso a mettercela tutta per fare il salto e passare dall’altra parte del fiume, quel fiume in piena che è la sua vita.

Continuando a camminare ormai il sole è alto in cielo che quasi non gli riesce di tenere gli occhi aperti. È talmente immerso nel suo mondo che per un po’ non si accorge nemmeno che una macchina ha rallentato e sta procedendo lentamente al suo fianco.

"Ti serve un passaggio in città?" chiede lo sconosciuto.

Per un attimo pensa di rifiutare; è deciso e convinto che ce la farà da solo, questa volta; poi pensa che non sarebbe grave accettare quel passaggio; si sente immensamente forte, in questo preciso istante, tanto da pensare di poter rimandare a domani; "ormai la decisione è presa, rimandare di un giorno non cambierà nulla", se lo dice fra sé e sé e ne è fermamente convinto.

Quando ti senti forte non c’è nulla che ti possa spaventare; pensi di poter vincere su tutto e, a volte, arrivi ad avere fin troppa fiducia nelle tue capacità. Ma spesso, in quei casi, è la speranza che ti porta ad agire in questo modo, l’illusione di aver finalmente tracciato la riga giusta sul quel foglio pieno zeppo di schizzi che è la vita.

"Sì, grazie" risponde allo sconosciuto.

E dopodiché sale in macchina, lasciando fuori il sole. Ma solamente fino a domani, pensa.

Sì, lo sa bene: solo un piccolo salto e sarà di là, dalla parte opposta.

Ma non oggi. Non ancora.

 

June 20

L'uomo senza nome - parte 3

Mi riprende per mano e facciamo qualche passo lungo la calle. Improvvisamente mi accorgo che non fa più caldo. Non sento quell’aria pesante che mi opprimeva fino a poco prima. Mi sento leggera, come stessi quasi fluttuando nell’aria salmastra della città. Questo aumenta ancor di più la mia sensazione di vivere una cosa che non può essere reale ma solo frutto della mia immaginazione.

Prende la mia borsa e l’appoggia a terra, insieme alle sue cose, facendo attenzione a non sporcarla. Allora mi prende e mi fa girare su me stessa, come se stessimo ballando. Poi mi prende e mi abbraccia. Sento che mi stringe, ma con dolcezza, senza farmi male e odora i miei capelli inspirando profondamente.

Poi raccoglie le nostre cose da terra e torniamo a sederci sullo stesso ponte su cui ci eravamo seduti in precedenza.

"Raccontami dell’arte."

Allora io comincio a parlare della fotografia, di Venezia, del perché amo così tanto la mia città. Di tutte le emozioni che è in grado di trasmettermi. Gli racconto dei miei viaggi, di tutti i posti che ho visto, delle sensazioni che ho provato davanti ad alcune opere d’arte, gli racconto di Friedrich e di Caravaggio. Gli racconto me stessa.

Lui ascolta con molta attenzione e, dopo qualche istante di silenzio, mi dice:

"È come se sapessi già tutte queste cose di te. Nulla mi stupisce. Sapevo già tutto, al primo sguardo. Ma continua, voglio sapere di più."

Allora io gli racconto della mia passione per la musica, dei miei film e dei miei libri preferiti. Parlo a lungo e lui continua ad ascoltarmi, senza mai interrompermi. Vuole sapere tutto e lo leggo chiaramente nei suoi occhi.

Gli racconto dei miei, del rapporto con mia madre, della mia voglia di sapere e di scoprire, di conoscere cose nuove.

"Si chiama essere vivi. La tua voglia di provare emozioni". Mi dice.

"Sì, credo sia proprio questo."

Allora lui mi racconta dei suoi viaggi, di sua madre che ricorda a malapena. Di suo padre che non vede quasi mai e di tutto quello che ha lasciato in Germania. Mi racconta di Berlino, dei suoi studi filosofici e del suo amore per la natura. Tutto. Due persone che si raccontano l’un l’altra. In un solo pomeriggio.

Ad un tratto si fa scuro. Il sole tramonta ad una velocità inaspettata. E noi siamo ancora lì, seduti su quello scalino, ai piedi del ponte sul quel rio largo due metri. E vorremmo restare lì per sempre. Immobili. Io e lui. E nessun altro oltre a noi e i nostri racconti.

Non so quanto tempo sia passato. Mi sembra di essere lì da un’eternità ma, al tempo stesso, mi sembra che siano trascorsi pochi minuti dal momento in cui ho incrociato gli occhi di quest’uomo senza nome.

Ormai è tardi. Non so che ore sono, non guardo l’orologio da un sacco di tempo. E non mi pongo nemmeno il problema. Mi sento bene. Vorrei che il tempo si fermasse. Vorrei poter ascoltare la sua voce per sempre e non smettere mai. Vorrei poter tenere le sue mani tra le mie per l’eternità e provare sempre questa sensazione di appartenenza totale. Mi sento come se avessi completato il puzzle della mia vita. Una bella vita, colma di soddisfazioni, nella quale, però, c’era sempre un buco da comare. Ed ora sento di averlo colmato. In poche ore mi sento arricchita, come se fossi improvvisamente diventata donna. La donna che vorrei essere.

Ci alziamo in piedi, lui continua a stringere le mie mani fra le sue. Le avvicina alla sua bocca. Le odora come aveva fatto con i miei capelli. E le bacia con delicatezza. Poi mi accarezza una guancia e mi sfiora le labbra con un dito, come se volesse capirne la consistenza. Appoggia le sue mani sulle mie spalle e le accarezza dolcemente, verso il basso, sfiorandomi le braccia e arrivando alle mani. Si avvicina a me, la sua mano sinistra tra le mie, e la destra sul mio collo. Poi mi bacia. Un bacio soffice e leggero. Ma pieno di sentimento e passione.

Restiamo vicini per qualche secondo, i suoi occhi di fronte ai miei, a pochi centimetri l’uno dall’altra. Ci respiriamo addosso e improvvisamente ci ritroviamo a piangere. Le nostre lacrime si fondono in un’unica delicata cascata, le nostre mani unite tra i nostri corpi.

Restiamo così per un po’. Nessuno dei due ha il coraggio di interrompere un momento così intenso, il più intenso che abbia mai vissuto in tutta la mia vita.

Poi è lui a prendere la decisione: mi bacia delicatamente sulle lebbra e sussurra una frase che non riesco a comprendere.

Raccoglie le sue cose, mi guarda per l’ultima volta, e se ne va.

Non vi è nulla che possa aiutarmi a ricordare questo pomeriggio. Solo le sensazioni e le emozioni di un amore improvvisamente trovato e subito perduto.

Resto lì, in piedi, immobile, per un tempo incalcolabile. Le lacrime rigano le mie guance. Cerco la forza dentro di me per raccogliere le mie cose e incamminarmi verso casa e, dopo qualche minuto, finalmente la trovo. Sollevo la borsa da terra e mi avvio. Mi sento pervasa da una sensazione che non so spiegare: sono triste perché mi sento privata di una cosa che sembrava mi appartenesse da sempre; sento un forte dolore, che colloco nella mia anima, per aver perso qualcosa che sentivo mio e per aver permesso che uno di momenti più belli ed intensi della mia vita finisse in questo modo; allo stesso tempo mi sento colma di gioia per ciò che ho vissuto, per le emozioni che ho provato. Era cominciato tutto come un giorno qualunque e poi, in un attimo, tutto è cambiato: in queste poche ore mi sono sentita viva come mai nella mia vita.

Trascorro il viaggio verso casa assorta nei miei pensieri cercando di ripensare alla giornata trascorsa e rivivere le stesse emozioni, per tenerle vive, per non dimenticarle.

Arrivo a casa e tutto è diverso. O sono io diversa?

Appoggio la mia borsa sulla poltrona del soggiorno e, così facendo, mi accorgo che c’è qualcosa nel taschino: ne scorgo solo un piccolo angolo, sembra una fotografia. Rifletto per un attimo e proprio non ricordo di aver messo qualcosa nel taschino. Allungo la mano, afferro la fotografia e la osservo. Mi ci vuole qualche secondo per focalizzare, per capire di cosa si tratta. Sembra scattata all’ora del tramonto. La luce è molto calda, sembra quasi adagiarsi sulle superfici in un modo che io trovo molto delicato creando dei chiaro-scuri sui quali l’occhio non può non soffermarsi. Mi chiedo come possa essere arrivata fino a lì…

Poi, d’improvviso, realizzo: è un ponte, il nostro ponte.

Giro lentamente la fotografia, inconsciamente sperando di trovare un numero di telefono, un indirizzo, un qualcosa che mi possa ricondurre a lui. Ma non trovo nulla di ciò che mi aspettavo.

Solo due parole scritte a mano con inchiostro nero: Ricorda, Noi.

 

June 19

L'uomo senza nome - parte 2

Mi soffermo a guardarlo per qualche secondo e leggo, nel suo sguardo, quella stessa necessità di immortalare il momento che aveva spinto me ad estrarre fuori la macchina dalla mia borsa senza fondo. E ne sono attratta. Sono attratta dai suoi occhi scuri corrugati dalla concentrazione. E mi trovo a chiedermi a cosa starà pensando. Poi, d’improvviso, lui si accorge di me; così, di sorpresa, come avevo fatto io stessa qualche secondo prima. Mi guarda con uno sguardo un po’ imbarazzato e mi sorride. Imbarazzato perché è come se io fossi entrata a forza in un suo momento intimo, quasi violando la sua privacy. Lo percepisco. Ne ho la certezza assoluta.

Non so che mi succede, di solito sono molto riservata, ma in quest’occasione non riesco a controllarmi, come se avessi perso d’improvviso tutte le inibizioni. E lo saluto.

"Ciao!"

"Ciao!" Risponde lui.

"Bello scorcio, vero?"

"Sì, impossibile restare indifferenti. Hai lezione?"

"Sì" Guardo l’orologio "tra 10 minuti".

"Beh sei hai dieci minuti, se ne hai voglia, ti mostro qualche foto. Vieni qui"

E mi fa cenno di sedermi accanto a lui.

Mi alzo e mi posiziono al suo fianco e lui comincia a mostrarmi delle bellissime foto dalla sua reflex digitale. Sono tutte foto di Venezia. Luoghi a me sconosciuti. Almeno credo, ma non lo posso sapere realmente, perché ciò che vedo è una Venezia filtrata attraverso i suoi occhi. Le trovo tutte di una profondità sconcertante, come se fossero dei quadri dipinti a mano.

"Sono belle, davvero. Complimenti."

"Non sono niente di che, ma sono mie."

"Già, sono proprio… Non so… Sono pregne di significato. E’ questo quello mi trasmettono. Poi quel posto… è davvero bello. Credo di non esserci mai stata."

"Mi piace questa definizione.. Pregne di significato… Sì, in effetti lo sono, per me."

"Lo percepisco. Ci sono cose che vedi e ci sono cose che guardi. Tu non hai visto ma hai guardato questi luoghi, con molta attenzione. E anche le tuo foto, per questo motivo, sono fatte per essere guardate."

"Che si dice in questi casi? Grazie?"

"Non credo ci sia nulla da dire, è solo un’opinione di una persona che non se ne intende per niente, un giudizio spassionato."

Dopo di questo lui mi guarda negli occhi, in silenzio. Per qualche secondo. C’è una tensione tra noi. Un qualcosa che non so spiegare. Poi lui rompe il silenzio, mi prende per mano e mi dice:

"Vieni con me."

Ed io lo seguo. Seguo un perfetto sconosciuto verso un luogo a me ignoto, noncurante della lezione di arte moderna che, ormai, sarà anche iniziata.

Camminiamo mano nella mano, in silenzio, per circa venti minuti finché arriviamo ad una calle stretta ma molto lunga. È scuro ma, alla fine della calle, si intravede la luce. Sbuchiamo in una fondamenta che si affaccia ad un rio largo circa due metri. E ci fermiamo, lì, in piedi, ad ammirare questo scorcio di una città che non si finisce mai di scoprire. Ci sono nata, tra queste calli, eppure ogni giorno scopro qualcosa che mi affascina e incanta.

Lui scatta qualche foto ed io sto lì a guardarlo senza proferire parola. Poi lui mi riprende per mano e ci sediamo ai piedi di un piccolo ponte che porta all’entrata privata di una casa. Quindi, dopo quasi mezz’ora di silenzio mi dice:

"Questo è uno dei posti che preferisco di Venezia. Vengo spesso qui, quando sento il bisogno di sentirmi a casa. Sai, sono nato in quella casa, in fondo alla calle a sinistra". Con la mano indica un vecchio palazzo in pietra d’Istria.

"Ero molto piccolo quando ho perso mia madre e mio padre, che aveva poco tempo - o forse poca voglia - da dedicare alla mia educazione, mi ha spedito dagli zii in Germania. Ora, dopo quasi 18 anni, sono tornato a Venezia e non so cosa farò domani, ho imparato a non chiedermelo, so solo che ora sono qui e non voglio pensare a nient’altro che a godermi questi istanti preziosi che il destino mi ha concesso."

"Sai, mi sento come se la mia vita dovesse finire domani e sento il bisogno di fare il pieno di emozioni. Ho voglia di vedere i colori, la luce… Ho bisogno di sentire gli odori e soffermarmi sulla loro intensità… Ho voglia di ascoltare i rumori e il silenzio; voglio poter toccare ciò che vedo, perché l’unico modo per rendere delle emozioni palpabili è quello di trasformarle in qualcosa di concreto. Forse è anche per questo che amo fotografare, per concretizzare delle cose astratte come le emozioni stesse. Voglio essere contaminato da ogni tipo di sensazione. È questo che faccio a Venezia. Vivo esperienze, le vivo in me e su di me, godo di ogni frammento di tempo. Chiamali minuti, chiamali secondi, godo dell’istante in sé e per sé."

Io lo guardo, attonita. È strano. È come se stessi guardando un'immagine surreale, mi sembra di essere in un universo parallelo rispetto a quello in cui sono nata e in cui ho vissuto per 27 anni. Per un attimo mi chiedo se l’altra me non sia davvero andata a lezione alle 14.15 e se questa me non sia altro che un proiezione immaginaria di me stessa in quest’universo parallelo.

"Vieni."